TESTI SULLA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE di diversi gruppi anarchici e della sinistra marxista

Pubblichiamo di seguito una serie di articoli e/o comunicati di diversi gruppi anarchici e della sinistra marxista (principalmente correnti di comunisti libertari) di varie parti del mondo, relativi alla questione israelo-palestinese e alla recrudescenza del conflitto in Palestina, che si dipana ormai da decenni e che si sta registrando con maggiore intensità dopo l’attacco portato da Hamas il 7 ottobre scorso, soprattutto contro civili, nei territori occupati da Israele. Appare in maniera evidente, almeno a noi, che questo conflitto vede parti offese le popolazioni sia ebraiche che palestinesi, queste ultime oppresse non solo dallo Stato ebraico ma anche dai gruppi islamisti come Hamas, che non rappresentano assolutamente secondo noi la legittima resistenza della popolazione palestinese e la sua aspirazione alla liberazione, ma rispondono a calcoli politici per altro risiedenti fuori la Palestina (in Iran, per esempio).
Mentre scriviamo, aviazione ed esercito di Israele stanno compiendo un massacro di proporzioni inaudite, come rappresaglia all’interno della striscia di Gaza, dove manca quasi totalmente acqua, cibo, energia elettrica e dove vengono colpite e rase al suolo dai missili case, scuole, ospedali, ambulanze, interi quartieri, fino anche strutture umanitarie internazionali dell’ONU. Il governo assassino di Netanyahu ha imposto ai palestinesi di lasciare la striscia di Gaza, chiudendo però ogni varco per uscire. Questo mentre anche il governo egiziano continua a mantenere i valichi chiusi alle frontiere con Gaza, che ormai è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, in cui non esiste ormai più un posto che possa essere chiamato sicuro per la propria incolumità. Quella a cui assistiamo è una volontà assassina di sterminare una intera popolazione. Questo comportamento indiscriminato, l’ultimo di una lunga serie di nefandezze compiute dallo Stato israeliano, non farà altro che generare odio, antisemitismo e alimentare il serbatoio del nazionalismo religioso islamista. Come sappiamo bene, i nazionalismi e i fondamentalismi si alimentano l’un l’altro. La spirale che generano appare interminabile e già l’allargamento del conflitto ad altri paesi, attori regionali e non solo, appare come cosa possibile (l’Iran ha minacciato l’intervento se gli attacchi a Gaza non si fermeranno, in Libano si sono accese schermaglie armate al di qua e al di là del confine tra Hezbollah e militari israeliani, in Siria Israele ha bombardato l’aeroporto di Aleppo, gli USA hanno mandato una portaerei nel Meditterraneo e mandano armi ad Israele anche dalla base italiana di Sigonella…). Quella israelo-palestinese è sì una lunga controversia mai risolta, ma appare oggi, al pari del conflitto tra Russia ed Ucraina, anche una delle tappe che gli Stati e i blocchi imperialisti stanno compiendo sulla strada del complessivo conflitto mondiale. 

Piccoli Fuochi Vagabondi
Ottobre 2023

QUI IL PDF:
testi su palestina e israele


CONTRO IL NAZIONALISMO PALESTINESE E ISRAELIANO

9 ottobre 2023

L’attacco di Hamas a Israele di sabato 7 ottobre ha provocato un’immediata risposta militare da parte del governo di Netanyahu, che ha proclamato lo stato di guerra e attivato il bombardamento sistematico della Striscia di Gaza. Nel frattempo, sotto l’incitamento del regime degli ayatollah, Hezbollah ha approfittato della situazione lanciando missili verso Israele dal confine libanese. I combattimenti hanno già provocato (9 ottobre) più di mille morti tra lo Stato israeliano e la Striscia di Gaza, oltre a migliaia di feriti e sequestrati. I prossimi giorni e futuri mesi vedranno aumentare la miseria e la sofferenza dei civili lavoratori di entrambe le parti, aggravando il disagio generale della maggior parte della popolazione, sia nella Striscia che nel proletariato impoverito di Israele.

Oltre alla miseria che i proletari palestinesi devono sopportare sia all’interno che all’esterno della Striscia, sotto il regime di segregazione esistente in Israele, c’è un processo più generale di impoverimento del proletariato in tutta la regione dopo la pandemia di Covid e lo scoppio della guerra in Ucraina: un aumento dei prezzi delle materie prime, dell’energia e dei generi alimentari che sta già mantenendo al di sotto della soglia di povertà la metà delle famiglie arabe in Israele, più di un quinto delle famiglie ebree e quasi tutta la popolazione di Gaza-quel grande campo profughi che viene mantenuto con le briciole delle Nazioni Unite.

Cosa ha spinto Hamas ad agire ora? Non certo la difesa degli interessi del proletariato di Gaza, ancora una volta sotto le bombe israeliane. Il suo attacco a sorpresa, che è arrivato a inasprire un conflitto già in corso da tempo, non può essere inteso come una risposta motivata dalla rabbia popolare contro l’occupazione israeliana. Non c’è un «popolo palestinese», non c’è un’unità indifferenziata di persone offese che rispondono eroicamente ai loro vecchi aggressori. Il proletariato di Gaza che pochi mesi fa protestava contro il regime di Hamas, contro le interruzioni di corrente, la mancanza di cibo e la feroce repressione del governo, non condivide gli stessi interessi dell’apparato subalterno del regime degli ayatollah, né delle «coraggiose» milizie che usano la popolazione civile di entrambe le parti come scudi umani. La risposta israeliana all’attacco può rilanciare la chiusura nazionalista dei fronti del conflitto, ma non può smentire questo dato di fatto.

Perché va detto con fermezza e chiarezza: le forze in gioco, sia da parte palestinese che israeliana, sono profondamente reazionarie. Fin dalla formazione dello Stato di Israele nel 1948, la regione è rimasta solo un’altra pedina sulla scacchiera della lotta inter-imperialista globale. Israele si è subito posizionato come pedina al servizio degli interessi statunitensi.

Da allora, sia sotto il Partito Laburista di Ben-Gurion che sotto i vari governi conservatori, ha perseguito una sistematica segregazione e repressione dei palestinesi all’interno e all’esterno dei suoi confini, oltre a una politica militarista e securitaria che finora è servita a distogliere l’attenzione dalle profonde disuguaglianze sociali della popolazione ebraica. Da parte loro, le varie fazioni del nazionalismo palestinese dopo il Mandato britannico sono emerse sotto gli auspici panislamisti dei Fratelli Musulmani d’Egitto e successivamente sotto l’ombrello laico dello stalinismo di Nasser, per poi passare, dopo la caduta dell’URSS, all’Iran come potenza regionale. Sotto forma di islamismo politico o di stalinismo, l’apparato militare del nazionalismo palestinese è sempre stato legato alle manifestazioni più reazionarie del XX secolo. In fondo, non poteva essere diversamente: come Rosa Luxemburg aveva già sottolineato decenni prima nel suo dibattito con Lenin, qualsiasi movimento nazionalista può solo esteriormente cadere sotto l’ala di una delle grandi potenze nella lotta imperialista e interiormente reprimere ogni espressione di classe al fine di fissare la coesione interna contro il nemico nazionale.

Perché la reazione alimenta la reazione e una ha bisogno dell’altra. Che Netanyahu fosse o meno a conoscenza dell’attacco di Hamas, che ne abbia ignorato o sottovalutato la portata o che abbia semplicemente deciso di lasciarlo accadere, è stato molto conveniente per lui serrare i ranghi nel bel mezzo di una crisi politica del suo governo e con lui stesso a rischio di un processo per corruzione. Da l’altra parte, Hamas ed Hezbollah, come lo stesso regime iraniano, ottengono invece un momento di tregua dal crescente malcontento sociale nei tre territori, che in Libano si è espresso, nello slogan All Means All —cioè anche Hezbollah— durante le proteste del 2019 e che in Iran ha guidato scioperi e mobilitazioni dal 2018, esplodendo l’anno scorso nelle proteste anti-velo a seguito dell’assassinio di Mahsa Amini.

Nella sua crisi definitiva, il capitalismo non solo spinge la miseria sociale e la devastazione del pianeta a livelli sempre maggiori, motivando così i processi di polarizzazione sociale, ma accentua anche il confronto tra le diverse potenze per il dominio di un mercato mondiale con disfunzionalità sempre maggiori. Nel momento stesso in cui il capitalismo elimina il lavoro e rende sempre più difficile la realizzazione della nostra vita, ci trasforma in carne da cannone al servizio degli interessi di una fetta della borghesia contro un’altra. In questa logica di lotta inter-imperialista, Hamas ha agito con l’obiettivo di colpire il riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita, ostacolando una nuova configurazione regionale in accordo con le tensioni tra i blocchi imperialisti. Sotto la bandiera della «resistenza palestinese», obbedisce semplicemente alle esigenze di una parte della borghesia regionale. Tuttavia, è il proletariato palestinese e israeliano che continuerà a versare il sangue. Ogni concessione al nazionalismo, ogni deferenza nei confronti di una nazione piuttosto che di un’altra in questo processo, significa stare dall’altra parte della barricata contro la nostra classe, che non ha una patria e la cui unica possibilità reale di migliorare le proprie condizioni di vita è quella di eliminare il sistema stesso che la minaccia, sempre più palesemente. Il conflitto israelo-palestinese non si risolverà con la creazione di un unico Stato bi-nazionale, né con l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente. Può essere risolto solo da un processo rivoluzionario che rompa con ogni nazione e ogni confine.

Quando di notte suonano le sirene antiaeree e gli apparati militari israeliani e palestinesi tengono in ostaggio la popolazione sotto le bombe, noi rivoluzionari ci opponiamo a questa barbarie con tutte le nostre forze. Alle bandiere del nazionalismo, di qualsiasi colore esse siano, opponiamo la lotta comune dei lavoratori palestinesi e israeliani. Per gli israeliani, il loro più acerrimo nemico è l’apparato dello Stato ebraico, così come l’ANP e Hamas sono nemici implacabili dei palestinesi. Solo affrontandoli direttamente potranno uscire dal labirinto infernale in cui si trovano. In breve, contro la guerra imperialista —e questa è una guerra imperialista— non può che esserci una trasformazione in guerra di classe.

BARBARIA- Comunistas contra la mercancya y el estado (Spagna)

FONTE

https://barbaria.net/2023/10/16/contro-il-nazionalismo-palestinese-e-israeliano

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La questione della Palestina è quella della bancarotta dello statalismo!

10 ottobre 2023

Negli ultimi giorni, abbiamo assistito a un rinnovato conflitto nella regione palestinese e a un attacco da parte del gruppo islamista Hamas nei territori sotto il controllo del governo israeliano; qualcosa che non ha precedenti negli ultimi anni o addirittura decenni. Questa vicenda mostra più di ogni altra cosa che la questione palestinese, dai più considerata ormai “morta”, è ancora viva e senza apparente soluzione in vista, almeno fino a quando i governi esisteranno!

L’antica terra di Palestina appartiene, prima di tutto, alla gente che la abita. Le persone che una volta avevano una vita pacifica e felice vengono massacrate da decenni nel tritacarne delle ideologie nazionaliste e islamiste e dai tentativi contrapposti di formare governi ebrei, arabi e islamici … Le vite della popolazione ebraica, di quella araba e di altri che vivono in questa regione vengono usate come pedine dai governi e dai politici corrotti all’interno e all’esterno di quest’area geografica, fino al punto di togliere alle persone l’opportunità di una vita sana e sicura.

Dagli Stati Uniti all’Iran con le loro interferenze, dal governo israeliano che sopprimo e usurpa la terra del popolo arabo palestinese a gruppi islamisti come Hamas e la Jihad islamica, che usano persone innocenti come scudi umani per la loro ideologia reazionaria e disumana, tutti quanti sono complici e responsabili di questa situazione, anche se apparentemente sembrano essere avversari e nemici inconciliabili l’uno per l’altro.

La Palestina è uno specchio perfetto di ciò che gli anarchici hanno gridato nel corso della storia: finché esisteranno i governi, non ci sarà pace e sicurezza.

The media department of the Federation of Anarchism Era (Iran e Afganistan)
https://asranarshism.com/1402/07/18/palestine-issue-statism-failure-en/

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Israele-Palestina è solo la punta

8 ottobre 2023

Molti anarchici e di sinistra hanno accettato una narrazione su Israele-Palestina che è piuttosto distorta. Il problema di base non è limitato all’ignoranza anglofona su ebrei e/o palestinesi; è un problema che sinistra e anarchici sembrano avere nel comprendere i conflitti multinazionali in generale. La comoda lente attraverso cui la sinistra e gli anarchici vedono il mondo non li aiuta a vedere chiaramente le dinamiche di potere di questo tipo di situazioni. Questa lente vede il mondo diviso tra oppressori e oppressi, governanti e governati, indigeni e coloni, e altre dicotomie che forniscono un’immagine nitida delle regioni di conflitto più intense, a scapito dell’offuscamento delle forze più grandi e significative che rendono possibili tali conflitti.

Il risultato di questa visione del mondo è una psicogeografia composta quasi esclusivamente da regioni in conflitto e una conoscenza storica limitata alle parti più belligeranti dei conflitti. Si tratta di un modello del mondo, e delle relazioni di potere in quel mondo, che è molto diverso dai modelli che si costruiscono attraverso uno studio più formale delle relazioni internazionali, della geopolitica e della geografia politica. Mentre queste discipline accademiche sono spesso orientate alla costruzione di modelli utili a specifici poteri, di solito governi e imprese transnazionali, questi modelli sono almeno costruiti a partire da una maggiore ricchezza di fatti.

Tutto quello che ho detto finora è stato detto come se io non fossi uno di questi anarchici o di sinistra. Invece, è vero il contrario. Parlo soprattutto della visione del mondo che ho costruito nel corso del mio tempo come anarchico e solo secondariamente parlo di ciò che vedo sulle piattaforme dei social media da parte di nomi noti. Le lotte indigene sono state un tema personalmente importante per me fin dalla mia infanzia. Sono stato cresciuto con l’idea che, in quanto ebreo, vivo in diaspora e sotto il dominio di uno Stato-nazione che ha oppresso le popolazioni indigene locali in modi diversi, ma terribili, paragonabili a quelli che hanno subito i miei antenati. I miei genitori hanno lavorato a vario titolo con le comunità indigene e mi hanno fatto conoscere alcuni capi tribali e rituali, ma niente di troppo sostanziale. Ma non c’è voluto molto perché, di conseguenza, il mio anarchismo è sempre stato pensato in funzione delle questioni indigene.

Sfortunatamente, nulla di tutto ciò mi ha portato a conoscere in modo particolare le tribù locali e i dettagli dei numerosi fronti in cui combattono, contro la situazione in cui li ha messi la colonizzazione. Ho sviluppato una comprensione superficiale dei problemi morali di base e una conoscenza molto approssimativa delle loro storie. Lo stesso si può dire per le lotte di decolonizzazione nel mondo. Che si trattasse dell’Algeria, del Sudafrica, della Palestina o di qualsiasi altro luogo, la mia attenzione per le battaglie principali si concentrava sui punti presumibilmente importanti di interesse geografico e culturale. Quei punti sono diventati il mio obiettivo per cercare di auto-educarmi. Ma sempre più spesso l’autoformazione si scontrava con lo stesso tipo di problema che ho iniziato a descrivere in questo pezzo.

Ciò che alla fine ho capito – e solo negli ultimi anni – è che i popoli indigeni spesso diventano utili per le grandi potenze. Cioè che le lotte indigene sono viste dagli Stati potenti come opportunità per far avanzare i propri programmi e a spese di questi popoli indigeni. Questa situazione è presente in tutta la storia della resistenza indigena nelle Americhe, in Africa, in Medio Oriente, e sì, è anche la storia di Israele e della Palestina. La colonizzazione nella sua forma classica e il colonialismo nella sua forma contemporanea sembrano essere quasi sempre uno sforzo collaborativo di colonizzazione da parte delle potenze imperialiste. Se da un lato questo genera una resistenza alla colonizzazione da parte degli abitanti originari, dall’altro tale resistenza diventa uno sforzo collaborativo con l’assistenza di altre potenze che si oppongono a quelle coloniali per ragioni politiche proprie. Questo è solitamente ovvio nelle guerre, ma la dinamica sembra essere oscurata nelle narrazioni sulla decolonizzazione.

Dopo essermene reso conto, ho deciso che dovevo imparare di più su Israele e Palestina che non solo la storia degli israeliani e dei palestinesi. Dovevo conoscere le altre forze coinvolte tanto quanto, e a volte anche di più, di quelle più visibili impegnate in battaglia. A volte gli anarchici e i sinistrorsi lo fanno quando si tratta del sostegno fornito ai sionisti dagli inglesi, dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti (tra gli altri), ma non vedo quasi mai un’analisi del sostegno che Hamas, Fatah, l’OLP e altri hanno ricevuto dagli Stati mediorientali e dagli attori non statali. Il problema, naturalmente, è che proprio come il sostegno britannico ai sionisti ha portato all’assoggettamento dei sionisti alle priorità britanniche, questa lezione si applica ai palestinesi e alle organizzazioni che sostengono la loro lotta contro Israele.

Il quadro che emerge dall’estensione di questo focus cambia il modo in cui gli eventi del 7 ottobre 2023 meritano di essere analizzati. Israele non è solo Israele e Hamas non è solo la leadership eletta dei palestinesi di Gaza. Sia Israele che Hamas sono forze in prima linea in un conflitto molto più ampio tra le potenze occidentali e diverse potenze del Medio Oriente, in particolare Siria e Iran. Quindi, invece di vedere solo il tira e molla tra l’IDF (Forze di difesa israeliane) e Hamas, anche altri aspetti meritano la nostra attenzione. I recenti sforzi del Presidente Biden per sostenere la normalizzazione israelo-saudita sono qualcosa a cui ho pensato prima ancora di vedere il video del festival musicale vicino al confine con Gaza attaccato da Hamas. La mia mente ha pensato all’Iran prima di pensare ai cadaveri israeliani nudi che sfilavano per le strade di Gaza.

In altre parole, il conflitto israelo-palestinese mi sembra più un’istanza di un conflitto più ampio che un movimento di liberazione condotta con una lotta armata per ottenere la propria autonomia dallo Stato di Israele. Questo conflitto multinazionale genera islamofobia, razzismo antiarabo e sentimenti antisemiti in modo organico, ma è anche alimentato da attori statali a fini propagandistici. Questo conflitto multinazionale ha prodotto narrazioni sull’indigenità ebraica in Israele e miti sull’ascendenza ashkenazita derivante dal Khazar, ma queste storie provengono dalle istituzioni e non dalla conoscenza generazionale. Istituzioni potenti spingono narrazioni che cancellano l’indigenità palestinese e suggeriscono che i palestinesi sono stranieri a causa dell’ascendenza araba e delle credenze religiose. Costruiscono anche grandi narrazioni su Israele come roccaforte della democrazia occidentale in Medio Oriente o sui palestinesi come combattenti per la libertà per un autentico e giustificato Stato arabo e islamico in Palestina. Credo che spetti a noi, anarchici, socialisti o comunque pensatori radicali, sfidare tutto questo.

In definitiva, penso che questa sia una situazione tragica. Non vedo la liberazione del popolo palestinese da questo conflitto. Per Hamas attaccare Israele al culmine della sua composizione politica razzista, autoritaria e apertamente genocida è come prendere a calci il peggior nido di calabroni che si possa prendere a calci. Intuitivamente, sembra più il tipo di attacco che si sferra per provocare una guerra su scala molto più grande. Fa tornare alla mente l’11 settembre e la rabbia cieca che ha riempito gli americani, portando a oltre un decennio di omicidi in Iraq e Afghanistan. È triste vedere civili israeliani uccisi da Hamas, ma non posso conservare a lungo questo pensiero nella mia mente prima che venga superato dalla preoccupazione per i palestinesi che pagheranno il prezzo più alto in termini di sangue.

A causa delle forze più grandi coinvolte nel conflitto, sono anche preoccupato per una guerra che coinvolga le parti attualmente coinvolte, ma che poi si estenda anche al di là di esse, poiché ognuna fa appello a potenziali alleati per sostenerle. Allo stesso tempo, e per le stesse ragioni, mi preoccupa la perdita dell’effettiva liberazione della Palestina in tutto questo.

In ogni caso, il tifo di sinistra e anarchico per gli attacchi di Hamas è piuttosto imbarazzante. E come ebreo antisionista e anarchico, ovviamente mi sento un po’ turbato. Le preoccupazioni irrazionali per la mia sicurezza vanno e vengono. Anche le preoccupazioni meno irrazionali, ma comunque irrazionali, per la mia famiglia, che è ebrea praticante, vanno e vengono. Mi fa arrabbiare vedere gli anarchici e i sinistrorsi razionalizzare attacchi che, con la stessa logica, renderebbero me e la mia famiglia bersagli del terrore islamista, se dovesse arrivare negli Stati Uniti. A dire il vero, anche la maggior parte di questi sinistrorsi e anarchici ne sarebbero bersagli. Inoltre, secondo questa logica, non sarebbero bersagli solo del terrore islamista. Se le tribù indigene di qui dovessero mai abbracciare tali ideologie e tattiche, ciò farebbe chiaramente rientrare questi anarchici e sinistrorsi nella categoria dei colonizzatori con credenze coloniali originarie dei paesi coloniali.

Come pensiero finale, spero che la situazione non si aggravi ulteriormente nella direzione in cui sta andando. Ma in realtà non lo sappiamo mai con certezza e di certo non ho le informazioni o la comprensione per sapere quel che immagino sia anche parziale.

di Cyber Dandy

FONTE
https://cyberdandy.org/featured/israel-palestine-is-just-the-tip/

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La guerra in Palestina: una visione anarchica

Il conflitto in Palestina è un tragico esempio degli effetti devastanti dell’oppressione dello Stato e delle lotte di potere in una regione che è stata a lungo l’epicentro delle tensioni geopolitiche. Dal punto di vista anarchico, è importante vedere questo conflitto alla luce della lotta per la libertà, la giustizia e la solidarietà tra tutti i popoli.

In primo luogo, si deve riconoscere che sia lo Stato di Israele che le fazioni palestinesi hanno usato tattiche repressive e strategie che hanno portato alla violenza, all’oppressione e alla sofferenza tra le popolazioni civili. Gli anarchici sostengono l’abolizione di tutti gli stati e dell’autogoverno delle comunità locali, dove le persone hanno il diritto di prendere decisioni che influiscono direttamente sulla loro vita, indipendentemente dai leader politici o militari. Nel conflitto israelo-palestinese, vediamo come gli Stati e i leader politici perpetuano un ciclo infinito di violenza e repressione.

La soluzione non sta nella creazione di un nuovo stato o nell’espansione dei confini di uno esistente, ma nella costruzione di comunità basate sulla cooperazione e la solidarietà tra tutte le persone, indipendentemente dalla loro origine etnica o nazionalità. Invece di guardare ai leader o ai politici che promettono soluzioni, gli anarchici sostengono l’organizzazione dal basso verso l’alto, dove le decisioni sono prese nelle assemblee popolari e dove la giustizia si raggiunge attraverso il dialogo e la riconciliazione piuttosto che l’imposizione statale.

Inoltre, è importante riconoscere l’importanza della solidarietà internazionale nella lotta contro ogni oppressione in Palestina. Gli anarchici credono nell’unità della classe operaia e nella solidarietà tra i popoli oppressi in tutto il mondo. Ciò che ci è chiaro nel conflitto israelo-palestinese è la necessità per le persone di tutto il mondo di unirsi a sostegno della giustizia e della dignità per tutte le persone della regione. Ciò comporta la pressione sui governi e le aziende che sostengono l’oppressione in Palestina, oltre a lavorare in reti di sostegno reciproco e solidarietà con le comunità colpite.

Il conflitto in Palestina è un doloroso promemoria degli orrori dell’oppressione dello Stato e delle lotte di potere. La vera soluzione è quella di abolire gli Stati e creare comunità autonome basate sulla cooperazione e la solidarietà. È giunto il momento di agire consapevolmente contro il militarismo in Palestina e in tutto il mondo – un militarismo che giustifica la guerra frammentica i popoli e legittima lo sfruttamento capitalista sostenuto dai governi e dagli Stati. La solidarietà internazionale è fondamentale in questa lotta per la giustizia e la dignità in Palestina e nel mondo.

Non è un modo breve o facile. La risoluzione della situazione di guerra richiede misure concrete da un punto di vista antimilitarista. Dalle nostre comunità al mondo. Ognuno di noi è un agente di cambiamento, che partecipa a campagne anti-militariste che portano alla riduzione delle spese militari, alla riduzione e all’abolizione degli eserciti e alla risoluzione pacifica dei conflitti tra le nazioni. La vera lotta non è tra i popoli fratelli, ma contro l’impero del capitale, che ogni giorno causa sofferenza a milioni di persone attraverso l’oppressione, lo sfruttamento e la guerra.

Pedro Peumo (Cile)

Fonte: https://revistariateria.cl/war-en-en-slandestina-munred-desid-de-el-anarquism/

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Né Israele né Hamas!

14 ottobre 2023

Condanniamo e aborriamo totalmente il bombardamento indiscriminato della Striscia di Gaza, così come condanniamo totalmente le atrocità recentemente commesse da Hamas contro i civili, non solo ebrei, ma anche cristiani, beduini e altre persone di tutto il mondo.

Come abbiamo detto nel 2021, quando c’è stato un altro assalto omicida a Gaza, “come sempre, la popolazione della classe operaia di Gaza è quella che soffre di più sotto gli esplosivi al fosforo e la “morte dall’alto” dei razzi e dei caccia israeliani, che incontrano poca resistenza da parte di un governo palestinese che, pur essendo armato fino ai denti con armi leggere, non ha una forza aerea o una difesa aerea. Hamas continua a lanciare missili da superficie a superficie, in un modo che oscilla tra la rabbia impotente e il disperato tentativo di mantenersi come difensori del popolo palestinese. Hamas non può permettersi una sconfitta di fronte alla sua stessa popolazione. I proletari di entrambe le parti del conflitto soffrono maggiormente dell’escalation, mentre le rispettive leadership possono distogliere l’attenzione dai loro problemi”.

Poco è cambiato negli ultimi attacchi a Gaza.

Hamas è stato originariamente sostenuto dallo Stato israeliano per indebolire la più laica Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Ha le sue origini nella Mujama al-Islamiya, fondata dal chierico palestinese Sheikh Ahmed Yasin, considerata un’organizzazione impegnata in opere di carità e di assistenza per la comunità palestinese di Gaza. Lo Stato israeliano la considerava preferibile all’OLP, così come il suo successore Hamas. Hamas è sempre stato di destra, islamista e nazionalista, con atteggiamenti ostili nei confronti delle donne, delle persone LGBQT e della classe operaia palestinese.

Tuttavia, le cose cambiarono quando Hamas uccise due militari israeliani a Gaza nel 1988. In una situazione simile a quella dei mujaheddin in Afghanistan, sostenuti dagli Stati Uniti e dai loro alleati, contro la Russia e il regime afghano da essa sostenuto, dove i Talebani si sono evoluti fino a diventare un pericolo maggiore per l’imperialismo statunitense, il regime israeliano ha iniziato a pentirsi del suo sostegno iniziale.

Hamas ha approfittato del processo di pace tra Yasser Arafat e l’OLP e lo Stato israeliano, nonostante le centinaia di palestinesi uccisi nella prima rivolta di massa dell’Intifada. Hamas ha così ottenuto il sostegno popolare a Gaza.

Diversi funzionari israeliani hanno espresso il loro rammarico per il sostegno ad Hamas. Avner Cohen, che era stato funzionario a Gaza durante l’occupazione diretta israeliana, ha ammesso che “Hamas, con mio grande rammarico, è una creazione di Israele”. Ha continuato dicendo che “invece di cercare di frenare gli islamisti di Gaza fin dall’inizio, Israele per anni li ha tollerati e, in alcuni casi, incoraggiati come contrappeso ai nazionalisti laici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e alla sua fazione dominante, Fatah di Yasser Arafat. Israele ha collaborato con un chierico zoppo e mezzo cieco di nome Sheikh Ahmed Yassin, anche quando stava gettando le basi di quello che sarebbe diventato Hamas”.

Un altro funzionario israeliano a Gaza, Andrew Higgins, ha dichiarato: “Quando guardo indietro alla catena di eventi penso che abbiamo commesso un errore, ma all’epoca nessuno pensava ai possibili risultati… Israele ha anche appoggiato l’istituzione dell’Università islamica di Gaza, che ora considera un focolaio di militanza… Il Mujama di Yassin sarebbe diventato Hamas, che, si può sostenere, erano i Taliban di Israele: un gruppo islamista i cui antecedenti erano stati stabiliti dall’Occidente in una battaglia contro un nemico di sinistra”.

Il generale di brigata Yitzhak Segev, che era stato governatore militare israeliano a Gaza negli anni ’80, ha ammesso di aver contribuito a finanziare Hamas come “contrappeso ai laicisti e alla sinistra dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e del partito Fatah, guidato da Yasser Arafat (che lui stesso definiva Hamas “una creatura di Israele”)”.

Hamas ha ottenuto il controllo di Gaza dall’OLP. Ha imposto la sharia, obbligando le donne a indossare l’hijab e imponendo il divieto di bere alcolici, anche se entrambi sono stati difficili da applicare. Sono scoppiati scontri armati tra Hamas e l’OLP. Ciò faceva comodo allo Stato israeliano che riteneva che i combattimenti tra l’islamista Hamas e la laica OLP li avrebbero distolti dall’attaccare Israele.

Nessuna soluzione statalista!

Perché la soluzione al conflitto può essere, in ultima analisi, solo una società comune, senza classi e senza Stato, in cui persone di diversa estrazione religiosa (e non) ed etnica possano coesistere pacificamente. E il modo per raggiungere questo obiettivo può essere solo attraverso la lotta di classe, con i lavoratori che si uniscono da entrambe le parti per migliorare la loro situazione e superare così i risentimenti di lunga data. È compito del movimento comunista libertario spingere proprio in questo senso.

Da entrambe le parti del conflitto ci sono attori che vedono le cose in modo fondamentalmente diverso, che vogliono vedere una parte sradicata dall’area o respinta dalla politica di insediamento e sono pronti a sacrificare le vite dei non combattenti nella lotta per i propri interessi. Rifiutiamo entrambi, poiché ciò va a scapito dei proletari e serve solo ad approfondire le divisioni all’interno della classe. La resistenza è necessaria sia contro lo Stato israeliano che contro la leadership palestinese.

La resistenza contro la politica di insediamento israeliana è necessaria e giustificata, ma spesso può essere accompagnata da risentimento antisemita e da attacchi alla popolazione non combattente. Dobbiamo rifiutare tutto ciò. Allo stesso modo, in altri Paesi, la simpatia per la condizione dei palestinesi comuni e l’opposizione agli attacchi dello Stato israeliano contro di loro possono talvolta attirare compagni di viaggio antisemiti o slogan come “Siamo tutti Hamas”. Questi elementi devono essere evitati.

Rifiutiamo la soluzione dei due Stati, sostenuta anche da alcuni socialisti, che prevede la coesistenza di uno Stato israeliano e di uno palestinese. Questo significherebbe poche enclavi palestinesi malandate, con i palestinesi che vivono ancora in Israele come cittadini di seconda classe e quelli che vivono in Giordania, Libano e altri Paesi del Medio Oriente abbandonati del tutto.

Non sosteniamo nemmeno la soluzione dello Stato unico, che minaccerebbe gli ebrei all’interno di uno Stato palestinese unito.

Per noi, tutti gli Stati nazionali dovrebbero essere respinti. Come hanno scritto i nostri compagni del Gruppo Comunista Anarchico di Melbourne: “La liberazione del popolo palestinese, senza semplicemente invertire i termini dell’oppressione, può avvenire solo attraverso una rivoluzione proletaria per abolire completamente il capitalismo, per rendere la terra e tutte le risorse sociali proprietà comune di tutti, abolire la disuguaglianza e tutte le forme di oppressione. Data l’attuale situazione in Israele/Palestina, questo punto non è all’ordine del giorno immediato, ma non nega la necessità della soluzione. In circostanze pratiche, l’iniziativa dovrà venire dall’esterno, attraverso la rivoluzione operaia nei paesi arabi circostanti, soprattutto l’Egitto, che ha già una grande classe operaia. È essenziale, tuttavia, che le rivoluzioni operaie trascendano il nazionalismo dei paesi in cui avvengono, poiché solo l’internazionalismo permetterà ai lavoratori di sconfiggere i loro governanti capitalisti; è solo l’internazionalismo che permetterà ai lavoratori arabi di raggiungere in amicizia i lavoratori di Israele; e solo l’internazionalismo che può separare la classe operaia israeliana dai suoi governanti sionisti. Il compito di fronte ai lavoratori di Palestina e Israele non è quindi diverso da quello qui. Deve essere condotta solo in circostanze più difficili. Dobbiamo costruire un movimento proletario, basato sulla libertà, l’uguaglianza e la solidarietà, e lottare per una rivoluzione che rifarà la società sugli stessi principi. Dobbiamo abolire il capitalismo e il suo Stato, e dobbiamo riconoscere la follia di costruire un altro Stato sulla sua scia. Dobbiamo costruire il comunismo libertario.”

Israele sembra pronto a lanciare un’invasione su larga scala di Gaza nelle prossime settimane e mesi con l’intenzione di distruggere completamente Hamas e di spingere la maggior parte dei palestinesi in Egitto. Se Hezbollah interviene dal Libano, anche Israele attaccherà lì e quindi sia l’Iran che gli Stati Uniti potrebbero essere coinvolti in un conflitto. Insieme con la guerra russo-ucraina, il conflitto tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e le crescenti tensioni tra Cina, Taiwan e gli Stati Uniti nel Pacifico, questo ultimo conflitto in Israele-Palestina alimenta la minaccia di un’accelerazione verso una guerra mondiale.

Gli Stati Uniti e i loro alleati, anche nel Regno Unito, con il sempre più autoritario regime conservatore e il partito laburista, sostengono apertamente Israele. Biden ha dato carta bianca a Israele per il suo assedio e gli attacchi a Gaza. Gli Stati Uniti hanno inviato navi da guerra tra cui una portaerei nella regione in una dimostrazione di forza per sostenere Israele e minacciare Hezbollah. Netanyahu, leader di un governo di coalizione che include partiti di estrema destra in Israele, minaccia di trasformare Gaza in “un’isola deserta.”

I brutali attacchi di Hamas che hanno provocato centinaia di morti hanno creato un sentimento di unità nazionale e hanno temporaneamente rafforzato la posizione debole del governo Netanyahu. Questo ha affrontato nove mesi di agitazione, tra cui uno sciopero generale, per le riforme giudiziarie impopolari. Allo stesso modo, Hamas ha avuto solo il sostegno di minoranze nella Striscia di Gaza, ma i recenti eventi possono anche aumentarlo temporaneamente.

Vediamo centinaia di persone massacrate sia in Israele che in Palestina. Queste scene orribili che vediamo nei media possono essere solo un inizio spaventoso verso spargimenti di sangue e distruzioni ancora peggiori.

Contro la barbarie del capitalismo e la marcia verso la guerra mondiale chiediamo l’unità della classe operaia, l’internazionalismo e la preparazione per i movimenti di massa che possono attuare la rivoluzione sociale e creare il comunismo libertario.

Nessuna guerra ma guerra di classe!

Anarchist Communist Group (Regno Unito)

https://www.anarchistcommunism.org/2023/10/11/neither-israel-nor-hamas/

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Sulla guerra Israele – Hamas in una prospettiva critica radicale

8 ottobre 2023

Non c’è dubbio che lo Stato di Israele sia un’entità genocida e autoritaria che da decenni persegue una politica di sterminio contro la popolazione palestinese. Questa politica ha portato al confinamento della popolazione palestinese in un vero e proprio campo di concentramento a cielo aperto, in cui lo Stato di Israele scatena regolarmente il terrore tecnologico e le peggiori atrocità possibili contro la popolazione confinata. Questa politica di confinamento e sterminio si basa su una specifica dinamica di accumulazione capitalistica nella regione del Medio Oriente, che si basa su un conflitto geopolitico tra diversi stati capitalisti a causa del controllo delle risorse e della popolazione.

È pericoloso equiparare lo Stato di Israele con l’intera popolazione che vive in quello Stato, una popolazione che è certamente confinata a una rigida divisione etnica e a una militarizzazione permanente della vita quotidiana. Non dobbiamo dimenticare il fatto che Israele ha affrontato proteste di massa da alcuni anni, che esprimono il disaccordo interno con la politica genocida e la fascistizzazione del governo israeliano e, in particolare, della fazione dominante della borghesia israeliana. Ciò non implica, naturalmente, negare il razzismo sistematico e la brutalità umana che una parte della popolazione di Israele, in particolare quella dei gruppi di coloni, pratica non solo contro la popolazione palestinese, ma anche contro la popolazione ebraica che non appartiene ai gruppi etnici dominanti.

Non è stato tutto il popolo palestinese che si è diretto contro lo Stato di Israele nell’attacco del 7 ottobre, ma un’organizzazione jihadista, nazionalista e anticomunista: Hamas. L’eroico Mohammed Deif (nelle parole dell’ecologista leninista Andreas Malm) non solo ha diretto attacchi indiscriminati contro la popolazione civile, soprattutto attraverso la pratica dell’auto-immolazione terroristica con esplosivi, ma esercita anche il terrorismo dispotico contro la stessa popolazione palestinese all’interno di Gaza, usando strumenti come la tortura, il terrorismo sessuale e l’omicidio mirato per controllare la popolazione palestinese di Gaza e ogni scorcio di dissenso politico che differisce dalla linea autoritaria e jihadista di Hamas. D’altra parte, quand’è che gli anarchici e i comunisti hanno iniziato a sostenere l’attacco indiscriminato alla popolazione civile? Sono scioccato nel vedere commenti come “che tutti gli israeliani muoiono”, ecc., specialmente quando i militanti di Hamas sono stati ultimamente conosciuti per aggredire sessualmente le donne israeliane come vendetta, proprio come esercitano quotidianamente la violenza patriarcale contro le donne palestinesi a Gaza. Inoltre, il rapimento di civili dalle loro case verso le basi militari di Hamas viene celebrato acriticamente, come se far soffrire i civili per la perdita delle loro famiglie e la tortura del rapimento potesse rendere giustizia agli oltraggi quotidiani e alle torture storiche della popolazione palestinese da parte dello Stato israeliano. Per quelli di noi che cercano un’emancipazione sociale radicale, cioè l’abolizione delle basi della civiltà capitalistica attraverso la realizzazione di una vita libera, questi non possono essere i nostri metodi. La tortura, il sequestro di persona, la sparizione di persone, l’omicidio indiscriminato e la violenza sessuale, tra gli altri, sono mezzi terroristici tipici di una civiltà patriarcale e autoritaria fondata sulla barbarie.

Non dobbiamo dimenticare la dimensione geopolitica di questo conflitto, in un contesto di collasso sistemico della civiltà capitalista nella sua fase avanzata. Di fatto, il neo-imperialismo della crisi si sta muovendo sempre più verso una guerra mondiale aperta che si combatte in diversi continenti, paesi e città del pianeta capitale: una vera e propria guerra civile globale che si sta vivendo, dalle sfere globali alle dimensioni capillari della vita quotidiana.

L’evoluzione del conflitto in Ucraina è una chiara manifestazione dell’escalation di questo conflitto globale, in cui i blocchi politico-economici del vecchio-nuovo imperialismo del XXI secolo si amalgamano per formare nuove alleanze che trascinano le periferie del sistema globale a scegliere da che parte stare in un processo di guerra economico-militare che sta accelerando.

L’attacco di Hamas non è solo il frutto di una politica decennale di occupazione, confinamento e sterminio che ha trascinato la gioventù palestinese nella disperazione e nella jihad islamica, ma anche un’operazione militare pianificata che è impossibile senza la cooperazione degli alleati geopolitici in Medio Oriente, che vedono Israele come punta di diamante del neo-imperialismo occidentale nella regione, il loro nemico comune. Il conflitto tra Israele e Hamas potrebbe presto evolversi in un conflitto più ampio, che coinvolgerebbe più nazioni capitaliste in Medio Oriente e, a priori, i due grandi blocchi neo-imperialisti che competono per la schiavitù del valore e per le risorse globali nel contesto della crisi sistemica della civiltà capitalista.

Nelle ultime ore si è avuta notizia di una rivolta della popolazione palestinese in alcuni dei ghetti che la raggruppano all’interno dei confini dello Stato di Israele. Solo da questa rivolta e dal popolo di Gaza può emergere un potenziale di emancipazione. Ma attenzione, un’insurrezione nelle condizioni attuali – e questo vale mutatis mutandis per il resto del mondo – è sempre contraddittoria. Nella congiuntura attuale, Hamas potrebbe approfittare dell’insurrezione della popolazione palestinese per i propri fini deliranti, ma si rivolterebbe rapidamente contro qualsiasi espressione autonoma che emergerebbe nel quadro di una rivolta generale contro lo Stato di Israele.

Chi si lascia accecare dalla violenza delle armi, e celebra ogni bandiera palestinese che vada a braccetto con un AK-47, dimentica che da decenni Hamas sta negoziando con Israele i termini del genocidio della popolazione palestinese a Gaza, che nella sua storia “eroica” ha al suo attivo una serie di omicidi e persecuzioni contro ogni espressione dissidente dalla sua politica jihadista.

Una rivolta emancipatrice della popolazione che vive in Palestina e Israele troverà come suoi principali nemici Hamas e lo Stato di Israele, due organizzazioni autoritarie impegnate in una folle politica volta all’annientamento del gruppo etnico considerato nemico. Per il momento, il processo di conflitto ha trovato tra le sue vittime solo la popolazione civile di entrambi i confini, mentre lo Stato di Israele si prepara a vendicarsi contro Hamas, trasformando Gaza in una “città in rovina”, come ha avvertito Netanyahu – leader indiscusso della fazione più reazionaria della classe dominante in Israele. Cioè, annientando la popolazione civile palestinese e aggiungendo altre vittime a una folle marcia che sta spazzando il mondo e che può solo portare l’umanità all’abisso della guerra globale totale.

Nec Plus Ultra – Crítica despiadada de todo lo existente (Cile)

https://necplusultra.noblogs.org/post/2023/10/08/sobre-la-guerra-israel-hamas-en-una-perspectiva-critico-radical/

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Sulla violenza in un’epoca di disastri

16 ottobre 2023

Negli ultimi giorni si è detto che le rivoluzioni non sono ordinate, che sono violente per definizione, che la decolonizzazione deve utilizzare il terrorismo, ecc., per giustificare l’uccisione indiscriminata e il sequestro di civili, che del resto sono metodi caratteristici degli squadroni della morte del narcotraffico e degli Stati. Ci sono persone e gruppi che confondono la critica a questo pensiero con una difesa dello Stato di Israele o con un moralismo sentimentale tipico delle lacrime di coccodrillo della stampa occidentale. Al contrario, si tratta di segnalare che l’attacco indiscriminato alla popolazione civile è una riproduzione della forma capitalista della violenza e che nulla di emancipatorio può crescere sulla base di un agire che perpetua la violenza sacrificale propria dell’ordine mercantile. Inoltre, Hamas e i suoi alleati jihadisti sono un prodotto genuino del genocidio palestinese perpetrato dallo Stato di Israele, sono elementi politico-militari funzionali alla sua perpetuazione: altrettanti satrapi del capitale nella regione. È per questo che Netanyahu, leader indiscutibile della frazione più apertamente genocida della borghesia israeliana, ha sostenuto in primo luogo l’istituzione di Hamas come autorità politica a Gaza.
Il genocidio di massa degli ultimi giorni, che ha sterminato migliaia di esseri umani, soprattutto donne, bambini e malati, a causa di bombardamenti, fame o mancanza di cure mediche, è la prova più lampante dell’utilità che Hamas ha dato alla politica regionale dello Stato di Israele. Non solo bisogna riconoscere che è la capitale neoimperiale occidentale a creare i propri terrori – Al-Qaeda, avrebbe dovuto essere sufficiente ad affermare questa sentenza come il massimo indiscusso storico – ma questo terrore è funzionale alla perpetuazione del capitale e della sua logica di annientamento.

La violenza di Hamas – un movimento finanziato, sostenuto e armato dalla dispotica borghesia teocratica e capitalista iraniana che ha massacrato comunisti, anarchici, donne e civili in generale che si sono sollevati contro il suo regime di terrore – non è violenza per liberare il popolo palestinese, anche se dicono che questo è il loro scopo manifesto (bisognerebbe chiedersi in che cosa consista esattamente questa cosiddetta liberazione). E’ la violenza di una squadra jihadista che risponde come braccio armato ai precisi interessi geopolitici di un campo neo-imperialista che si confronta con il vecchio-nuovo imperialismo occidentale nel quadro della crisi sistemica della civiltà capitalista. Era chiaro che l’attacco del 7 ottobre avrebbe provocato una risposta genocida esasperata da parte dello Stato di Israele, ed era anche chiaro che le principali vittime sarebbero appartenute ad una popolazione civile che ora è affamata e bombardata a morte con fosforo bianco. Questo significa che la popolazione di Gaza dovrebbe vegetare pacificamente aspettando la sua lenta eliminazione e lo sfollamento forzato in una Nakba [catastrofe] che è stata dispiegata per decenni? Certo che no, significa che la violenza che può emancipare il popolo palestinese da un regime quotidiano di apartheid e terrore tecnologico genocida si oppone radicalmente alla violenza del jihadismo islamico. Ciononostante, questa non è una violenza idealizzata che è nella mente dei critici sociali – tanto meno è un ricorso a una morale ideale di quella che dovrebbe essere la lotta – ma è una potenzialità reale che è stata presente in tutte le intifade e che è stata repressa proprio dalla jihad islamica (da qui il sostegno iniziale di Netanyahu ad Hamas).

In questo senso, la mia posizione sulla violenza nella lotta per la nostra liberazione nell’epoca contemporanea è molto semplice: la violenza emancipatrice è quella che critica in azione i fondamenti del quadro della socializzazione capitalista, cioè è una violenza diretta verso l’abolizione dei rapporti sociali storicamente particolari che sostengono l’intero edificio della civiltà capitalista. Questa particolare qualità di violenza esiste attualmente all’interno della civiltà capitalista come risultato della sua stessa natura contraddittoria, è un potenziale reale che si è espresso in una serie di rivolte globali contemporanee che, attraverso il dispiegarsi della loro contraddittoria prassi sociale, annunciano le caratteristiche fondamentali del potenziale di negazione e sovversione delle relazioni sociali capitaliste che si manifesta nelle lotte sociali del XXI secolo.

Ecco perché la questione se si affermi o no la violenza è una questione vuota, posta sul terreno della logica borghese. Questo è il terreno sul quale si muovono in genere le varie guerriglie nazionaliste, leniniste, jihadisti, ecc., ma è anche il terreno sul quale si muove il loro opposto complementare: lo Stato capitalista e le sue braccia armate. La vera domanda è: quale violenza?

Da questo punto di vista, la critica della merce, delle forme sociali fondamentali del capitale, negli atti d’azione, è il vero incubo delle classi dominanti, perché la violenza armata convenzionale è inutile di fronte ad essa. La rivolta del 2019 in Cile, ad esempio, è iniziata proprio con l’evasione del pagamento della tariffa dei trasporti pubblici, è stata quella critica negli atti che ha permesso lo scoppio dell’insurrezione generalizzata e contro di essa lo Stato era inizialmente impotente. In effetti, il neo-reazionario Alexis López Tapia – che ha svolto una formazione di alto profilo per gli eserciti cileno e colombiano – ha intitolato il suo pamphlet “Dall’evasione all’insurrezione: una cronaca di ottobre rosso”, che mostra come i settori reazionari possano talvolta rilevare, anche se in modo necessariamente distorto e invertito, la dimensione e il potenziale radicalmente insurrezionale di un movimento di massa più chiaramente della sinistra progressista.

Coloro che immaginano l’emancipazione sociale come il risultato di uno scontro tra due eserciti sono completamente immersi nell’immaginario capitalista. Sono leninisti e autoritari nella teoria e nella prassi, anche se lo ignorano o si immaginano esattamente l’opposto, poiché risolvono il problema dell’emancipazione sociale sullo stesso terreno del ben noto “Che fare?” di Lenin: l’iniezione di coscienza dall’esterno, la creazione di un apparato politico e militare di carattere professionale, l’organizzazione dell’insurrezione armata in vista della presa del potere statale, ecc.

Al contrario, la rivolta cilena del 2019 – che non aveva una leadership centralizzata – non aveva bisogno di altro che pietre, bastoni e benzina per sostenere il suo slancio radicale. In realtà, è stata la strategia di contro-insurrezione dello stato cileno che ha organizzato la contro-rivolta come uno scontro tra le masse e la polizia in spazi geografici delimitati e specifici. Lo scopo di questa operazione di contro-insurrezione statale era quello di evitare l’ubiquità iniziale della rivolta e di sopprimere la sua prassi radicale iniziale per mezzo del suo recupero nello scontro all’interno del terreno dello Stato, cioè nello scontro tra le masse e la polizia sulla base della violenza fisica. In questo modo, il movimento di rivolta ha perso così la dimensione pratica radicale che ha sostenuto la rottura con il tempo astratto del capitale, quella rottura con il tempo del dominio in cui sentivamo di fare la storia.

Ciò non significa che dobbiamo rinunciare al confronto con la polizia, ma che dobbiamo affrontarla sul campo nell’unico terreno su cui possiamo ottenere una vittoria veramente emancipatrice: cioè sul terreno della messa in discussione pratica dei fondamenti stessi della società capitalista. Rifiutarsi di pagare per la metropolitana e prenderla direttamente in massa era una pratica veramente sovversiva, perché aveva il potenziale – e il saccheggio di massa lo dimostra – di evolversi in una critica della merce in quanto tale. In altre parole, rifiutando di pagare il biglietto di trasporto, il movimento per l’evasione ha aperto una congiuntura storica che ci ha permesso di intravedere la possibilità materiale di smettere di pagare per vivere – una possibilità che, insisto, è data dalla natura molto contraddittoria della società capitalistica e delle sue dinamiche intrinseche.

Prendendo in considerazione questa prospettiva, qualsiasi analisi critica delle tre intifade palestinesi dovrebbe rendersi conto che la Jihad islamica è la forma precisa di repressione di qualsiasi potenziale di emancipazione in Medio Oriente. Al-Qaeda, lo Stato Islamico, Hamas, tra le altre organizzazioni, sono state profondamente strumentali nel perpetuare il terrorismo occidentale e il saccheggio delle popolazioni arabe – in realtà, queste organizzazioni sfruttano anche la popolazione sotto i loro regimi di terrore economico-militare. La pratica radicale delle intifada, come insurrezioni diffuse della popolazione palestinese contro il genocidio a cui è quotidianamente sottoposta, non ha avuto bisogno di altro che di pietre e molotov per scuotere le fondamenta dell’occupazione terroristica dello Stato di Israele e della sua politica genocida. Non è la stessa popolazione che da alcuni anni protesta contro Hamas, con la repressione come risposta?

Ma coloro che sono immersi nella disperazione prodotta da quest’epoca e accecati dalla violenza del capitale non sono in grado di fare distinzioni al riguardo. In questo senso, sono altrettante personificazioni del dominio quotidiano del capitale e non riescono a pensare a una diversa qualità di violenza che rompa con quel regime di annientamento attraverso l’accumulo di ricchezza astratta, una violenza che ci permetta di rompere con la dinamica dell’occhio per occhio che dal Novecento ha dimostrato in modo flagrante di trascinare il mondo verso l'(auto)sterminio.

Tuttavia, solo un movimento di solidarietà e protesta internazionale può fermare l’assedio e il massacro della popolazione di Gaza, aprendo la possibilità di una congiuntura storica favorevole per l’emergere di rivolte generalizzate in diverse aree del pianeta-capitale contro la guerra globale neo-imperialista e la crisi di civiltà del capitalismo, che trascina l’umanità verso la rovina e l'(auto)sterminio. La Palestina può essere il Vietnam del nostro tempo: una causa di solidarietà internazionale che muove in tutto il mondo le persone in cerca di emancipazione sociale e trascina così grandi masse in rivolta contro il capitale. Tuttavia, solo una critica sociale radicale che cerchi la sua unità con il movimento reale può puntare verso un’emancipazione radicale consapevole, il che implica una critica inequivocabile di tutte le potenzialità reazionarie e le derive delle lotte sociali che si stanno sviluppando in tutto il mondo.

Questa critica teorico-pratica, momento di autoriflessione della coscienza generale della società, è la condizione per superare i limiti e le impasse che minacciano le lotte del mondo intero in un momento in cui l’orizzonte della catastrofe sociale ed ecologica è già una realtà quotidiana per la maggior parte degli esseri umani.

Nec Plus Ultra – Crítica despiadada de todo lo existente (Cile)

FONTE

https://necplusultra.noblogs.org/post/2023/10/16/sobre-la-violencia-en-una-epoca-de-catastrofes/

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Da Gaza a Tel-Aviv e al mondo intero… Nessuna guerra, ma guerra di classe!

La posizione dei rivoluzionari di fronte alla guerra capitalista è sempre la stessa: opporre la rivoluzione sociale alla guerra, lottare contro la ‘propria’ borghesia e il ‘proprio’ Stato nazionale.” GCI-ICG, L’invarianza della posizione rivoluzionaria sulla guerra: il significato del disfattismo rivoluzionario – Comunismo n°12

8 ottobre 2023

7 ottobre 2023 – un altro giorno di un sanguinoso conflitto pluridecennale tra opposte fazioni capitaliste nel territorio di “Israele/Palestina”. I nostri padroni borghesi stanno ancora una volta spingendo i nostri fratelli e sorelle proletari ad assassinarsi a vicenda e si aspettano che noi – a seconda di dove viviamo – ci mobilitiamo per sostenere l’una o l’altra parte.

Hamas e la Jihad Islamica lanciano razzi contro le città di “Israele” e inviano le loro milizie a percorrere strada per strada e a giustiziare o rapire “civili” e “soldati”… proprio come è successo a Srebrenica, a Sabra e Shatila, a Buča…

L’IDF sta bombardando e bombardando indiscriminatamente il ghetto di Gaza, radendo al suolo interi quartieri, e tagliando le forniture di acqua, elettricità, cibo, medicine… proprio come è successo a Fallujah, a Homs, a Mariupol’… o come ha fatto tante volte in passato.

Abbiamo sentito molte volte le giustificazioni per il sostegno alla guerra nel territorio della “Palestina/Israele” – forse più di ogni altro conflitto dai tempi della Seconda Guerra Mondiale questo viene dipinto come una “Guerra Santa” tra “il bene e il male”. Vediamo questa argomentazione borghese guerrafondaia provenire dai media, dai politici, dalla “destra”, dalla “sinistra” e dalla “estrema sinistra”, nonché da alcuni dei cosiddetti “comunisti” e “anarchici.

Il costrutto ideologico borghese dell’“eccezionalismo israeliano/ebraico” viene lanciato sia in senso positivo che negativo e utilizzato dai nostri nemici di classe per impedire, ostacolare e schiacciare lo sviluppo della solidarietà di classe tra proletari “ebrei/israeliani” e “arabi/palestinesi”.

Da un lato gli “ebrei/israeliani” sono autorizzati a difendere il loro “Stato e la loro identità” – perché hanno “sofferto in modo unico” durante l’Olocausto – anche da alcuni di coloro che si dichiarano rivoluzionari e opposti a tutti gli Stati e a tutte le identità nazionali.

D’altra parte, diversi gruppi che affermano di essere rivoluzionari e di “lottare per gli interessi della classe operaia” non estendono mai il loro appello alla fraternizzazione ai proletari “ebrei/israeliani”, ma li accomunano alla “propria” borghesia e chiedono la distruzione di Israele in quanto “Stato unicamente oppressivo”. Allo stesso tempo, invece di sostenere i proletari di Gaza e Cisgiordania a sollevarsi contro i “propri” sfruttatori, invitano a sostenere lo Stato nazionale “palestinese”.

Come comunisti, rifiutiamo totalmente tutte le false comunità che cercano di unire gli sfruttati con i loro sfruttatori; il proletariato nel territorio di “Israele/Palestina” non ha interessi comuni con la “propria” borghesia, così come il proletariato globale non ha interessi comuni con la borghesia globale!

L’“antimperialismo” e la “liberazione nazionale” non sono altro che la difesa degli interessi imperialisti di quella fazione della borghesia che non è attualmente dominante. Non cambia nulla a questo proposito, se questa fazione è molto più debole o se alcuni dei suoi leader sono disposti a sacrificarsi per la loro causa!

Come comunisti, chiediamo la distruzione di tutti gli Stati in misura uguale, poiché essi non sono altro che l’espressione locale dello Stato capitalista globale, una struttura di violenza organizzata della classe borghese contro la classe proletaria!

Proletari nelle forze “israeliane” – non avete alcun interesse a difendere alcuna “patria ebraica”, è una terra della “vostra” borghesia, non vostra! Rifiutatevi di sparare e di far rispettare il blocco che sta affamando milioni di vostri fratelli e sorelle di classe. Come avete già dimostrato molte volte, rifiutate di eseguire gli ordini, resistete al servizio militare!

Proletari nelle forze “palestinesi” – non avete un paese da conquistare! Rifiutate di uccidere o di essere uccisi per gli interessi dei vostri sfruttatori!

Proletari del fronte “interno” – quante volte avete subito bombardamenti, sparatorie? Quante volte siete stati violentemente repressi dal vostro “proprio” Stato quando avete osato scioperare o protestare? Per quanto tempo avete vissuto nella miseria? Alzatevi e rifiutate di sostenere il “vostro” Stato e le sue guerre, non potete perdere altro che le vostre catene!

In “Palestina/Israele”, così come in “Ucraina”, “Azerbaigian/Armenia”, “Sudan” e altrove, il nostro nemico di classe ci sta trasformando in carne da macello o in fabbricanti di cannoni. Sempre di più, tutti questi conflitti borghesi “locali” stanno contribuendo alla formazione di pochi superblocchi contrapposti, che si stanno avvicinando sempre di più allo scontro militare aperto, possibilmente nucleare. Confronto che ha il potenziale di porre fine a tutta la vita su questo pianeta.

La nostra unica speranza è rivolgere le armi contro i nostri “propri” generali, contro i nostri “propri” padroni, rifiutarci di obbedire agli ordini, rifiutarci di produrre il materiale bellico – opporci sia alla carneficina della guerra capitalista che alla miseria dell’interbellum capitalista (o come lo chiamano i nostri nemici di classe “pace”)!

Prendiamo esempio dai nostri compagni che si ammutinarono in “Russia” e in “Germania” contro il massacro della Prima Guerra Mondiale, o da quelli che fraternizzarono oltre la linea di trincea nella guerra tra “Iraq” e “Iran”, o da quelli in uniforme “americana” durante la guerra in “Vietnam” che uccidevano con granata a frammentazione i loro ufficiali!

Proletari con e senza uniforme, organizziamoci insieme contro il sistema capitalista di sfruttamento del lavoro umano che è alla base di tutta la miseria, di tutta l’oppressione dello Stato e di tutte le guerre!

Trasformiamo questa guerra in una guerra di classe per la rivoluzione comunista globale!

Guerra di Classe (Repubblica Ceca)

TŘÍDNÍ VÁLKA # CLASS WAR # GUERRE DE CLASSE

https://www.autistici.org/tridnivalka/da-gaza-a-tel-aviv-e-al-mondo-intero-nessuna-guerra-ma-la-guerra-di-classe/

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Resistere al genocidio

13 ottobre 2023

L’esercito israeliano ha ordinato ai residenti della metà settentrionale di Gaza di evacuare entro 24 ore. È impossibile che più di un milione di persone riesca a farlo in così poco tempo. L’ordine può essere interpretato solo come una formalità di pubbliche relazioni e preludio al genocidio. Tutti i lavoratori e i soldati in grado di impedire ciò hanno il dovere di agire. —- L’ordine di evacuazione è un segnale che l’IDF sta per lanciare un’invasione di terra di Gaza che non farà distinzione tra civili e combattenti e dalla quale non esiste alcun rifugio sicuro. Il risultato sarà un massacro.
Ciò che si sta preparando non è consegnare Hamas alla giustizia. È la punizione collettiva di un intero popolo, dominato da un sistema di apartheid, che il governo di estrema destra in Israele vuole vedere sradicato. La proibizione legale contro il genocidio eretta nel 1945 sarà completamente priva di significato.

I soldati arruolati dell’IDF devono sfidare i loro ordini. Vengono mandati per uccidere uomini, donne e bambini innocenti che vogliono solo essere liberi e vivere. Per porre fine a questa atrocità devono ammutinarsi. Devono marciare su Gerusalemme e arrestare il loro governo criminale.

I lavoratori israeliani devono scioperare e tagliare le forniture all’esercito e paralizzare la guerra di Netanyahu.

Anche i marinai della Marina americana nel Mediterraneo orientale dovrebbero sfidare i loro ordini. Altrimenti saranno complici della distruzione di case e dell’assassinio di famiglie. Se riporteranno le loro navi al porto, saranno accolti come veri difensori dei diritti umani e della giustizia.

Lavoratori degli Stati Uniti: l’immunità di Israele dalla giustizia dipende in gran parte dall’aiuto e dal sostegno del vostro governo. Scendi in piazza. Sollevate questo problema con i vostri colleghi e i vostri sindacati. Chiedere la fine della complicità americana nell’apartheid e nel genocidio. Si può agire a sostegno dei lavoratori di tutto il mondo attraverso proteste di solidarietà. Le sfide locali alla classe dirigente e la complicità dei media con i crimini di Israele possono iniziare a coalizzare la pressione internazionale.

Ovunque si svolga un lavoro che contribuisca alla macchina da guerra israeliana, i lavoratori devono scioperare, interrompere il commercio e chiudere qualsiasi attività che aiuti l’IDF nel loro massacro.

Riconosciamo che probabilmente è troppo tardi per impedire il massacro di Israele a Gaza. Se può essere prevenuto, deve esserlo. Se non può essere prevenuto, deve essere fermato il più presto umanamente possibile. E una volta che i lavoratori di tutto il mondo avranno impedito il genocidio pianificato, potremo affrontare la questione della pace con giustizia per tutti.

“MAI PIÙ” SIGNIFICA MAI PIÙ – PER CHIUNQUE

Melbourne Anarchist Communist Group (Australia)

https://melbacg.au/resist-genocide/

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Francia, Comunicato stampa dell’UCL: No alla criminalizzazione del giusto sostegno alla causa palestinese

11 ottobre 2023

La criminalizzazione del sostegno spontaneo alla causa palestinese è in aumento. L’UCL denuncia questa criminalizzazione e riafferma il suo sostegno alla causa palestinese, senza alcuna compiacenza verso i tentativi di sfruttamento.

In seguito all’offensiva di Hamas di sabato 7 ottobre e alle massicce rappresaglie militari lanciate dallo Stato israeliano in seguito, sono stati trasmessi in tutte le città francesi numerosi appelli a riunirsi a sostegno del popolo palestinese oppresso. Lo Stato francese e il suo Ministro degli Interni Darmanin, sempre abile nella sicurezza e nell’escalation autoritaria, nei divieti e negli scioglimenti, confondendo antisionismo e antisemitismo senza un solo colpo, grande amico dello Stato razzista e coloniale israeliano, ha deciso in risposta di vietare molti di questi raduni.

Come abbiamo scritto nel nostro precedente comunicato stampa, “ci opponiamo alla criminalizzazione del sostegno alla resistenza palestinese in Europa e alla sua designazione come “terroristi”. Ci opponiamo inoltre a qualsiasi sfruttamento della violenza per scopi razzisti, sia antiarabi che antisemiti”.

Tra gli assembramenti che Darmanin cerca di vietare, molti si ispirano agli slogan in cui si ritrova l’UCL:
sostegno alla resistenza palestinese popolare, laica, democratica e rivoluzionaria nella sua lotta contro la colonizzazione e l’apartheid;
sostegno agli oppositori e agli attivisti anticolonialisti israeliani;
rispetto delle risoluzioni internazionali, ricerca di una soluzione che garantisca una pace duratura;
nessuna compiacenza verso i massacri di civili, qualunque essi siano, o verso i crimini di guerra;
denuncia della pesante responsabilità del governo di estrema destra israeliano;
denuncia dei metodi e del progetto politico nazionalista e fondamentalista di Hamas;
nessuna assimilazione tra le classi dominanti guerr
afondaie e le popolazioni, sia in Israele che in Palestina.

L’Unione Comunista Libertaria denuncia i divieti di questi raduni. Denunciamo la lunga deriva autoritaria e islamofobica del governo macronista di cui fanno parte questi divieti, deriva che non può che avvantaggiare l’estrema destra. Denunciamo la feroce repressione in atto contro diverse organizzazioni politiche di sinistra che hanno espresso il loro sostegno al popolo palestinese e, pur lucidi sui giudizi affrettati e talvolta deplorevoli che potrebbero essere stati di fronte alla portata del massacro commesso da parte di Hamas, riaffermiamo la nostra solidarietà con queste organizzazioni, nell’unità del nostro campo sociale e di fronte al comportamento guerrafondaio macronista.

Parteciperemo alle riunioni in corso, a condizione che i loro slogan siano chiari e senza alcun compiacimento verso i tentativi di sfruttamento, qualunque essi siano.

Unione Comunista Libertaria (Francia)

https://www.unioncommunistelibertaire.org/?Non-a-la-criminalisation-du-juste-soutien-a-la-cause-palestinienne

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Francia, Comunicato stampa e posizioni anarchiche sulla situazione in Palestina

12 ottobre 2023

La Federazione Anarchica Francofona denuncia e condanna le aggressioni militari che dal 6 ottobre colpiscono il Medio Oriente o il Sud-Ovest asiatico, per essere più giusti, rilanciando una guerra che non si è mai realmente fermata da 75 anni sui territori della Palestina. —- La Federazione Anarchica Francofona esprime la sua solidarietà alle popolazioni arabe ed ebraiche che soffrono la violenza e la guerra perché ancora una volta sono le popolazioni civili, sempre in prima linea, a pagare con il loro sangue, con le loro condizioni di vita e le loro libertà si scontrano con le logiche nazionaliste, capitaliste, militari e religiose.

Hamas, i suoi alleati della Jihad islamica e il FPLP, saliti al potere nel 2006 attraverso le urne approfittando della corruzione e del discredito di Fatah di Yasser Arafat e del decadimento dell’OLP, approfittano della rabbia, della frustrazione dei palestinesi maggioranza trasformando così la lotta contro l’oppressione colonialista in una lotta religiosa, il Jihad, con i suoi eccessi antisemiti. Allo stesso tempo, la colonizzazione e la violenza contro i palestinesi hanno raggiunto quest’anno un livello mai raggiunto in più di 10 anni, moltiplicando i furti di terre, la distruzione di case, le espulsioni, le incarcerazioni, gli omicidi e intensificando la politica di suprematismo etnico.

I governi israeliani hanno sempre cercato questo conflitto religioso, e hanno quindi favorito l’ascesa di una corrente islamica fondamentalista, cercando così di legittimare agli occhi dei paesi occidentali la loro politica di colonizzazione, dominazione e segregazione etnica. L’arrivo al potere dell’estrema destra coinvolta in casi di corruzione ha esacerbato l’autoritarismo e le politiche antisociali del governo, mobilitando giovani e lavoratori in manifestazioni di massa come nel maggio 2023.

Hamas, che non organizza elezioni da 17 anni, vede il suo potere e la sua legittimità contestati da mobilitazioni popolari massicce e regolari che reprime ferocemente, come l’ultima del 30 luglio 2023, quando decine di migliaia di abitanti di Gaza hanno manifestato con lo slogan “vogliamo vivere” per chiedere migliori condizioni di vita, il ritorno delle libertà pubbliche e nuove elezioni pluraliste. I palestinesi non si lasciano ingannare e sanno bene che il programma reazionario e antisemita di Hamas non è in alcun modo una soluzione ma che la resistenza e le rivolte delle popolazioni contro il colonialismo e il sionismo sono legittime.

Sul piano internazionale, prosegue il riavvicinamento e il riconoscimento dello Stato israeliano da parte di molti Stati arabi, prima dall’Egitto poi dopo gli Accordi di Abraham del 2020 da parte di Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco, che prosegue con gli influenti Qatar e Arabia Saudita, guardiani della luoghi santi e nemico acerrimo dei Fratelli Musulmani di cui Hamas è una propaggine. La cooperazione diplomatica, economica e di sicurezza di Israele con i paesi sunniti costituirebbe un arco anti-sciita contro la minaccia iraniana e marginalizzerebbe la centralità della questione palestinese nella geopolitica della regione.

Hamas intende perpetuare il suo potere e il suo dominio sulla società palestinese. L’estrema destra israeliana al potere obbedisce alla stessa logica e vuole eliminare la protesta sociale dichiarando lo stato di guerra e l’unità nazionale. Da diversi giorni la Striscia di Gaza è sotto assedio e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato di voler uccidere la gente e fare quanti più danni possibile, ovviamente senza preoccuparsi dei due milioni di palestinesi di Gaza.

Come anarchici sappiamo che gli stati separano le persone stabilendo confini. Così come la creazione dello Stato di Israele non ha risolto nulla per questa regione e per gli ebrei in esilio, che anche in un altro momento si trovavano in una situazione disperata. La creazione di un vero Stato palestinese non può soddisfarci perché dov’è l’emancipazione sociale in questo? L’odio tra i popoli, rifugiati dietro un possibile filo spinato nei rispettivi Stati, si cristallizzerebbe nelle comunità nazionali, un concetto diffuso, fuorviante e interclassista.

Gli anarchici propongono un federalismo libertario, fondamentalmente egualitario e adatto a questa regione composta da mosaici di popoli, sostenendo la libera associazione e l’uguaglianza economica e sociale. La distribuzione della ricchezza e l’autogestione generalizzata sono passi essenziali in questa regione come altrove, dove ci sono poveri e ricchi, Stati che bramano l’accesso al mare, all’acqua, alle terre fertili e al petrolio.

Un’alternativa può emergere se il popolo israeliano e quello palestinese si uniscono per porre fine al colonialismo e contro i loro comuni nemici, i poteri politici, economici, religiosi e militari, per costruire insieme le basi di una società che garantisca pace e armonia.

L’esistenza di collettivi di individui palestinesi e israeliani che sostengono le lotte delle donne e delle minoranze, dei disertori e degli oppositori del militarismo e del fondamentalismo religioso dimostra ancora una volta che ciò che ci unisce, l’aiuto reciproco e la solidarietà è più forte di ciò che ci divide.
La Federazione Anarchica Francofona invita tutte le forze del movimento sociale e tutti gli individui che amano la giustizia, la pace e la libertà a protestare con tutti i mezzi possibili e a dimostrare la nostra solidarietà internazionale, affinché questa situazione disastrosa e questo massacro possano finire come il più velocemente possibile.!

Per l’autodeterminazione dei popoli! Abbasso tutti i confini e gli eserciti! Abbasso le religioni e gli Stati! Abbasso il colonialismo!

La federazione anarchica francofona (Francia)

https://federation-anarchiste.org/?g=Lien_Permanent&b=1_239

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Infine una lettera-manifesto del 2014 fatto circolare da un gruppo di giovani di Gaza, che dimostra come l’ostilità nella striscia di Gaza nei confronti delle imposizioni di Hamas (e non solo di Hamas) sia cosa nota e non dagli ultimi giorni.

Fuck Israel. Fuck Hamas

20 Luglio 2014

The Gaza Youth Breaks Out Manifesto*

Fanculo Hamas. Fanculo Israele. Fanculo Fatah. Fanculo Nazioni Unite. Fanculo Unwra. Fanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!

Vogliamo urlare e rompere questo muro di silenzio, di ingiustizia e di indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; urlare con tutta la forza nelle nostre anime per liberare questa immensa frustrazione che ci consuma a causa della situazione del cazzo in cui viviamo …

Siamo stufi di essere vittime di questa lotta politica; stufi di notti al buio con aerei che volteggiano sopra le nostre case; stufi di contadini innocenti uccisi nella zona cuscinetto, perché si prendono cura delle loro terre; stufi di ragazzi barbuti in giro con i loro fucili che abusano del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani che manifestano per ciò in cui credono; stufi del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro paese e ci imprigiona in un pezzo di terra dalle dimensioni di un francobollo; stufi di essere dipinti come terroristi, fanatici, che vivono in casa con esplosivi nelle nostre tasche e il male nei nostri occhi; stufi dell’indifferenza che incontriamo da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti pronti a esprimere preoccupazioni e scrivere risoluzioni, ma codardi nel far rispettare tutto quello su cui si dicono d’accordo; siamo stanchi di vivere una vita di merda, essere tenuti in carcere da Israele, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo.

C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un immenso sentimento di insoddisfazione e di frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo di canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e darci qualche tipo di speranza.

Siamo appena sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso (attacco militare di Israele del 2008/09 nella Striscia di Gaza, durante il quale sono state utilizzate armi proibite che hanno causato in meno di un mese 5.000 feriti, 1.400 morti, di cui oltre 300 bambini, ndr) in cui Israele ha bombardato in modo molto efficace la merda qui fuori, distruggendo migliaia di case e ancora di più la vita e i sogni. Durante la guerra abbiamo avuto la sensazione inconfondibile che Israele voleva cancellare noi dalla faccia della Terra. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, interrogati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Non possiamo muoverci come vogliamo, dire quello che vogliamo, fare ciò che vogliamo.

Ne abbiamo abbastanza! Basta dolore basta, basta lacrime, basta sofferenza, basta controlli, limiti, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro tetro, presente di sofferenza, politica vigliacca, politici fanatici, stronzate religiose, arresti continui. DICIAMO STOP! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo essere liberi. Vogliamo essere in grado di vivere una vita normale. Noi vogliamo la pace. È chiedere troppo?

* Questo manifesto è stato scritto da un gruppo anonimo di giovani di Gaza, diffuso in rete da Adbusters e The Guardian

In italiano su https://comune-info.net/fuck-hamas-fuck-israel/