
Riceviamo e diffondiamo questo scritto, distribuito al campus universitario forlivese venerdì 13 febbraio, in contemporanea alla settimana di mobilitazioni contro la deriva repressiva e liberticida nelle scuole, convocata dall’Osservatorio contro la Militarizzazione di Scuole e Università dal 9 al 14 febbraio in tutta Italia, di fronte alle recenti ispezioni negli istituti che avevano osato parlare del genocidio in Palestina e alle circolari ministeriali che cercano di orientare, limitare e censurare la libertà della didattica.
Per chi nel “mondo dell’istruzione” cercava spiragli di libertà, crescita autonoma, pensiero critico, è davvero desolante ritrovarsi nell’Università del Bel Paese in questi ultimi anni. Un luogo dove il dissenso è perseguito legalmente e disprezzato culturalmente, dove i generali dell’esercito tengono delle lezioni come se uomini votati all’omicidio organizzato fossero esempi da seguire, dove le industrie della guerra come Leonardo S.p.A. tengono i loro seminari cercando di arruolare cervelli per i loro profitti stellari (per Leonardo 13,9 miliardi di euro solo nell’ultimo anno).
E’ in corso un assalto contro il movimento che in autunno aveva bloccato il paese, coinvolgendo anche le scuole, tra assemblee sulla Palestina negate, l’introduzione dei metal-detector, i nuovi pacchetti sicurezza, le disposizioni del Ddl Romeo (e Delrio) che equiparano antisionismo ad antisemitismo, le inchieste e le misure cautelari contro student* per le proteste al fianco della Palestina resistente…
Anche quella ventata di ossigeno che sono state le accampate universitarie del 2024 sembrano già un lontano ricordo, in un contesto sempre più classista e reazionario, dove se non hai abbastanza soldi non ti puoi permettere né gli studi né una casa dove vivere per portarli avanti.
Ma si può sempre peggiorare!
La guerra, che oggi Russia e NATO stanno combattendo alle porte orientali dell’Unione Europea, è uno sbocco appetibile per l’economia capitalista: far fuori un sacco di gente, massimizzare i profitti vendendo armi, riconvertire nel settore bellico industrie ormai al collasso (in Italia FIAT e ILVA come esempi lampanti) e stringere il cappio del controllo sociale.
In questo contesto l’Università gioca un ruolo di primo piano: l’industria della moderna guerra hi-tech ha bisogno di specialisti, di tecnici, di cervelli che si facciano poche domande, di gente educata alla sola legge del “progresso ad ogni costo”.
Eccone un esempio: attraverso il polo di Ingegneria Aerospaziale di Forlì e i laboratori di Ciri Aerospace, l’Università degli Studi di Bologna sta partecipando al progetto “ERiS” – Emilia Romagna in Space – che si propone di realizzare una fabbrica di componenti per nano-satelliti nel quartiere Ronco, asfaltando ottomila metri quadri di boschetto verde. Questi nano-satelliti sono quelli che servono a guidare droni, aerei e missili “intelligenti” durante i conflitti.
A capo del progetto, assieme ad altre 7 ditte regionali che fabbricano componentistica bellica, ci sono due giganti dell’industria della morte, principali produttori e fornitori di armi in Europa: Leonardo e Thales.
Come clienti delle due aziende figurano Stati come Israele, che si avvale delle armi fornite contro le popolazioni palestinesi, e gli Emirati Arabi Uniti, sponsor della guerra in Sudan.
Progetti come questo, nei quali il confine tra civile e militare scompare, crescono sotto il cono d’ombra della poca chiarezza e per mezzo delle ingenti quantità di finanziamenti pubblici, ma anche perché spesso si negano le responsabilità e il ruolo delle istituzioni universitarie. Ciò dipende dal modo in cui si guarda all’Università.
L’Università è un terreno di conflitto, lo è sempre stato, lo deve essere ancora!
Le aule didattiche dovrebbero essere spazi liberi e autogestiti, non scatole asettiche di cemento dove memorizzare e riprodurre il dogma neo-liberale. L’insegnamento dovrebbe essere un processo di confronto orizzontale non di competizione, di poesia non di algoritmi, di creatività non di sudditanza.
Dovrebbe predisporre alla critica teorica e pratica, non alla riproduzione di un mondo ad uso e consumo di chi ha il potere.
La società dello spettacolo nella quale viviamo rende molto difficile la chiarezza, ma noi alla chiarezza ci teniamo: non scriviamo queste cose perché al governo attualmente c’è un manipolo di vecchi e nuovi fascisti in doppiopetto, per fare da sponda all’altra faccia della medaglia, ossia quello schieramento di sinistri – PD, loro alleati e loro emanazioni – che per primi (governo Prodi, 1997) hanno mercificato ed aziendalizzato l’offerta formativa attraverso una finta “autonomia scolastica”, così come sappiamo che hanno creato i primi lager per migranti – i CPT, oggi CPR – attraverso la legge Turco-Napolitano o varato i pacchetti sicurezza precedenti a quest’ultimo (il pacchetto Minniti ce lo ricordiamo?) elevando il “decoro” a religione borghese che oggi impera nelle nostre città.
Il cambiamento che sosteniamo, l’unico che ci pare degno di questo nome, non porta la firma di quei racket partitici o sindacali che ai giorni nostri rappresentano solamente la faccia “green e progressista” del capitalismo e dell’autorità.
Il cambiamento che vogliamo è realizzato da individui liberi in liberi gruppi, autogestendo tanto i propri mezzi/pratiche quanto le proprie coscienze, agendo insieme perché scuole ed università cessino di essere delle fabbriche di consenso o di indifferenza per diventare laboratori di insubordinazione, resistenza, liberazione.
SIAMO QUI OGGI AL FIANCO DI CHI SI OPPONE ALLA CENSURA E ALLA REPRESSIONE POLIZIESCA NEGLI ATENEI, COSÌ COME NELLE STRADE E NEI POSTI DI LAVORO! ED ANCHE PER STIMOLARE LA MOBILITAZIONE ALL’INTERNO DELL’UNIBO CONTRO IL “PROGETTO ERiS”, CHE E’ UN PROGETTO DI GUERRA!
Collettivo Samara / samara@inventati.org
Per approfondimenti sul progetto ERiS:
noeris.noblogs.org
[Nella foto sopra uno striscione apposto davanti al campus universitario di Forlì, sotto il volantino distribuito]

